Marzo, per ogni appassionato che si rispetti, non è mai un mese banale. Si allungano le giornate, il sole inizia a scaldare davvero, ricominciano le grandi Classiche. In poche parole: si torna a pedalare sul serio. E questo, al netto di tutto, resta la cosa più importante. Perché mentre il mercato fa i conti con overstock, pressione dell’online, sconti aggressivi, aumento dei prezzi, instabilità geopolitica e contrazione della spesa, c’è una certezza che resiste: all’arrivo della primavera le strade si riempiono di ciclisti.
In questo numero abbiamo deciso di mettere a confronto due realtà molto diverse tra loro, accomunate da un elemento chiave: un approccio personale, quasi identitario, al ciclismo amatoriale. Da una parte La Stelvio Santini, che negli anni ha scelto di allontanarsi dalla logica della Granfondo tradizionale, trasformandosi sempre più in un evento da vivere, tra salite iconiche, territorio e dimensione sociale. Dall’altra lo Swatt Club, espressione di un ciclismo contemporaneo, meno ingessato e più vicino ai linguaggi delle nuove generazioni. Cosa ci raccontano queste esperienze? Che il ciclismo non ha perso attrattività, ma se vogliamo ha cambiato significato. Per oltre vent’anni il motore che ha trainato il mercato delle bici da corsa è stato un archetipo molto chiaro: l’amatore competitivo. Si iscriveva a una Granfondo, si allenava, entrava in negozio con un’aspirazione precisa: quella di andare più forte. Il retail ha costruito su questo modello una narrazione perfetta: più leggero, più rigido, più veloce. Ogni acquisto prometteva tempo guadagnato. Oggi quel paradigma non è scomparso, ma non è più dominante.
Chi pedala cerca ancora sfide, ma sempre più spesso desidera anche altro: esperienza, condivisione, sicurezza, benessere, tempo per sé. Non necessariamente una gara, ma una storia personale da vivere e raccontare. È un cambiamento che ha radici profonde, accelerato dal post-Covid, collegato sicuramente all’esplosione del gravel e all’ingresso di nuove generazioni con codici diversi, meno legati alla performance pura e più a una dimensione sociale e identitaria. Eppure, mentre il ciclista evolve, il mercato sembra spesso rimanere ancorato a logiche passate. Lo raccontano chiaramente i negozianti nella seconda puntata della nostra inchiesta “La Carica dei 101”: mancanza di visione, instabilità, pressione sui margini, concorrenza fuori controllo sono alcune delle problematiche citate. Non si parla più di crisi temporanea, ma di una nuova normalità con cui fare i conti. Una normalità in cui continuare a competere solo sul prezzo rischia di essere una strategia sempre meno sostenibile. A complicare ulteriormente il quadro si aggiungono dinamiche globali difficili da governare, come la questione dei dazi negli Stati Uniti (di cui parliamo approfonditamente a pagina 40), che negli ultimi mesi ha rimesso in discussione equilibri già fragili, coinvolgendo direttamente molte aziende della bike industry e aprendo scenari ancora incerti.
Il punto, però, è un altro. Forse il settore, nel suo complesso, ha continuato a inseguire il cliente di ieri, mentre davanti stava già cambiando quello di oggi. Perché il desiderio di pedalare non è diminuito. Si è trasformato. E allora la domanda non è se il mercato tornerà a crescere, ma chi sarà in grado di interpretare per primo questa trasformazione. Chi saprà costruire prodotti, servizi e narrazioni coerenti con un ciclismo che non è più solo performance, ma esperienza. Non più solo risultato, ma significato. Marzo, in fondo, ci ricorda proprio questo: basta una giornata di sole per rimettere tutto in movimento. Sta al settore decidere se farsi trovare pronto.
Davide L. Bertagna
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