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L’editoriale del direttore / Saper leggere la corsa

27 Agosto 2026

Le aziende italiane sono ancora nel gruppo di testa della bike industry? È la domanda che ci siamo portati a casa dall’ultimo Eurobike di Francoforte. Una domanda semplice, forse provocatoria, ma che in quel momento ci è sembrata tutt’altro che scontata. In Germania abbiamo visto un’industry diversa da quella a cui eravamo abituati. Non soltanto per il numero di espositori, sensibilmente diminuito rispetto al passato, ma anche per una quantità di novità decisamente inferiore. A colpire, però, è stata soprattutto la loro provenienza: componentistica, telai, manubri, motori, eBike. Sempre più spesso le proposte più interessanti arrivano da fuori Europa e, in particolare, dall’Asia (tra i grandi protagonisti dell’ultima edizione sicuramente Gobao e Avinox). E l’Italia? Qualche realtà, naturalmente, c’era. Ma la sensazione, forse per la prima volta in modo così netto, è stata quella di non essere più al centro della scena internazionale. Di aver lasciato ad altri il compito di tirare il gruppo. Poi siamo tornati a casa. E, smaltita la “sbornia teutonica”, abbiamo iniziato a guardare le cose da una prospettiva diversa. Ci siamo accorti che forse il problema non è che l’Italia abbia smesso di avere qualcosa da dire. È che il mondo intorno a noi è cambiato e, con esso, anche il ruolo che possiamo giocare nella bike industry.

Le cose, in Italia, le sappiamo ancora fare. E spesso anche molto bene. È proprio questo il punto di partenza dello “Speciale Italia” che trovate in questo numero. Una scelta terminologica non casuale: abbiamo deciso di abbandonare la definizione utilizzata negli scorsi anni, “Made in Italy”, per parlare semplicemente di “Italia”. Non perché il Made in Italy abbia perso valore, tutt’altro. Ma perché oggi quel concetto, se interpretato in senso strettamente produttivo, rischia di raccontare soltanto una parte della realtà. Immaginare che una bici, un componente o un accessorio venga progettato, sviluppato e prodotto interamente nello stesso Paese appartiene sempre più a un’altra epoca. La bike industry è una filiera globale: le aziende collaborano con partner internazionali, producono dove esistono competenze e condizioni industriali adeguate e vendono in tutto il mondo. È la realtà. E non serve negarla per difendere l’identità italiana. Anzi, forse è proprio il contrario. Se smettiamo di misurare l’italianità soltanto attraverso la percentuale di prodotto realizzata entro i nostri confini, scopriamo che abbiamo ancora moltissimo da raccontare. L’Italia è progettazione, cultura del prodotto, capacità manifatturiera, ricerca, design, conoscenza dei materiali e ingegno. È quella combinazione tra tecnica e creatività che per decenni ha costruito la reputazione delle nostre aziende nel mondo.

Non è un caso se il marchio Italia continua ad avere un valore riconosciuto nell’alimentare come nell’automotive, nella moda come nello sport. Un prodotto può avere una filiera internazionale e conservare, allo stesso tempo, un’identità profondamente legata al Paese che lo ha concepito. Nella bicicletta succede la stessa cosa. Ci sono marchi che hanno scritto pagine della storia del ciclismo e aziende meno coconosciute dal grande pubblico che, ogni giorno, progettano e realizzano prodotti capaci di competere sui mercati internazionali. Realtà che magari non possono più rivendicare un “Made in Italy” assoluto, ma qualcosa di altrettanto importante: un know-how italiano. Ed è spesso proprio da quel patrimonio di competenze che nasce l’innovazione. Pensiamo, per esempio, al Nalini Aerobag Bibshort, di cui parliamo a pagina 24: il primo pantaloncino da ciclismo con un sistema airbag integrato, un progetto che unisce ricerca, tecnologia, materiali e cultura racing in una soluzione finora inesplorata. Oppure al nuovo Pure Instinct Icon di Peruzzo, portabici da gancio traino sviluppato per rispondere alle esigenze della mobilità contemporanea. Due prodotti molto diversi tra loro, ma accomunati da un elemento: la capacità di trasformare competenze consolidate in soluzioni nuove. In altre parole, quel “saper fare” e problem solving italiano che forse oggi valgono più della semplice provenienza geografica di ogni singolo componente. A sostenere questa cultura industriale c’è poi un altro elemento che spesso diamo per scontato: in Italia esiste ancora una cultura della bicicletta profondamente radicata.

Il Cycling Data Report 2026 di Garmin, di cui parliamo alle pagine 10- 11, mostra che gli utenti sportivi italiani percorrono mediamente 55,89 chilometri per uscita. Più di Belgio e Spagna e sensibilmente più della media globale, che si ferma a 46,01 chilometri. È un dato basato sugli utenti della piattaforma Garmin Connect e va quindi interpretato per quello che è. Ma resta un indicatore interessante di quanto la pratica ciclistica, almeno tra gli utenti più attivi, continui ad avere un peso importante nel nostro Paese.

Da una parte, dunque, abbiamo un tessuto di aziende che conserva competenze, cultura di prodotto e capacità di innovazione. Dall’altra, una comunità di appassionati che continua a vivere le due ruote con intensità. Allora forse la domanda di partenza era sbagliata. Non dovremmo chiederci se c’è ancora spazio per l’Italia nella bike industry, ma chiederci quale vogliamo occupare. Pensare di riportare indietro le lancette dell’orologio non avrebbe senso. L’Asia continuerà ad avere un ruolo centrale nella produzione mondiale con filiere sempre più internazionali. La competizione sarà globale e il concetto stesso di prodotto italiano continuerà inevitabilmente a trasformarsi. La partita non si gioca quindi sulla nostalgia, ma sulla capacità di rinnovare il nostro patrimonio senza limitarci a celebrarlo.

In un mercato globale non basta più essere italiani per essere competitivi. Forse, dopo tutto, a Eurobike abbiamo guardato la questione dalla prospettiva sbagliata. Forse non siamo più necessariamente quelli chiamati a tirare il gruppo. Ma stare nel peloton significa anche saper leggere la corsa, scegliere quando attaccare e avere ancora la forza per farlo. Nella bike industry di domani non basterà ricordare quanto eravamo forti ieri, ma dimostrare di esserlo ancora.


di Davide L. Bertagna
davide.bertagna@mag-net.it

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